Tesi
Il Taekwon-do, cammino di crescita umana, unione inscindibile tra mente, corpo e Spirito.
Indice:
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riflessioni
-
biografia
-
la predisposizione all’insegnamento
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aspetti della crescita
-
conclusione
Riflessioni
Quello che ho cercato di comunicare attraverso questo
mio lavoro è l’esigenza di condividere la prospettiva nella quale, e attraverso
la quale, io vivo ed esprimo quello che di più intimo sviluppa in me questa
arte meravigliosa: il Taekwon-do.
Ho inteso inoltre trattare l’aspetto più interiore e dinamico
nell’applicazione quotidiana dei principi più importanti per affrontare la vita
in modo sano e costruttivo, mezzi essenziali per trasformare questa arte in un
modello di percorso evolutivo interiore.
Spesso si parla di espressione spirituale, di crescita
spirituale, termini forse troppo citati e poco applicati, e ciò viene espresso
attraverso le proprie azioni, materializzazione delle nostre intenzioni.
Quindi, io penso che tutto quello che vive in noi
nella pratica marziale è unito inscindibilmente all’istante in cui creiamo
intorno a noi, pace, tranquillità e armonia.
“…la via per raggiungere l’obiettivo è dinnanzi a
noi…ma in realtà da sempre siamo nel luogo in cui abbiamo sempre desiderato di
esistere…”
L.G.
Biografia
in tale contesto che ritengo più semplice da applicare
che da spiegare, non amo parlare della mia persona, credo che i pregi o i
difetti siano più reali se riconosciuti in noi da qualcun altro, quindi mi
limiterò a ringraziare le “figure” che mi hanno aiutato, che mi aiutano e che,
mi auguro, mi aiuteranno nel percorso “marziale” della mia esistenza terrena:
primo
fra tutti il mio M° Luciano Civolani, il M° Sartor, il M° Ruzza,
il M° Manente, l’attuale mio direttore tecnico M° Carli Omar e la figura che
rimane per tutti noi una “guida” marziale insostituibile il Master Wim Bos,
nonché tutti i miei allievi che ogni giorno stimolano in me nuove mete da
raggiungere,
grazie
di cuore a tutti…
La
predisposizione all’insegnamento.
Ecco le mie esperienze, che personalmente ritengo molto efficaci per
poter comunicare liberamente le nostre “intenzioni”: premetto che il mio non
vuole essere in assoluto un metodo da seguire ma una condivisione di
“strumenti” con i quali sviluppo ogni
giorno questa importante e difficile disciplina.
In questi anni, ho potuto
conoscere brave persone, grandi Maestri, ottimi atleti, ma con enormi carenze
comunicative, e talvolta con forme caratteriali incompatibili con la
particolare disciplina che insegnano.
La mia analisi sopraccitata vuole soprattutto focalizzare
questi ultimi aspetti.
Conoscere
l’ambiente.
Familiarizzare
con l’ambiente nel quale si parla.
Arrivare
lì presto e camminare nella palestra e nello spazio dove si svolgono gli
allenamenti. Fermarsi davanti alla porta di entrata, camminare tra le persone
che ci devono ascoltare. Percorrere il tragitto tra noi e loro, come faremo nel
momento in cui loro ci ascolteranno.
Conoscere il luogo degli allenamenti.
Se
possibile, presentarci a qualcuno degli amici dei propri allievi e conversare
con loro.
È più
semplice parlare con un gruppo di amici che con un gruppo di estranei.
Conoscere il proprio materiale.
Se non si ha grande familiarità con il materiale che si sta per usare o
proporre o se non ci si trova a proprio agio con esso, il nervosismo aumenterà.
Esercitarsi
nel proprio intendo e rivederlo fino a quando l’esposizione non sarà fluida.
Imparare a rilassarci.
Possiamo alleviare la tensione facendo alcuni esercizi.
Seduti
comodi, con la schiena dritta.
Inspirare
lentamente, trattenere il fiato per 4-5 secondi, quindi espirare lentamente.
Visualizza te stesso nell’atto di parlare.
Immagina te stesso mentre cammini sicuro verso il luogo degli allenamenti.
Immaginati
parlare, la tua voce chiara, forte, rassicurante.
Se
visualizzi la tranquillità, otterrai l’armonia.
Realizzare
il fatto che i nostri ragazzi vogliono vederci importanti.
Tutti i nostri allievi desiderano un ottimo insegnante , stimolante, divertente e ricco di
informazioni interessanti.
Loro
desiderano che noi abbiamo successo e non che noi falliamo.
Scusarsi e ringraziare.
Nella maggior parte dei casi le tensioni non si manifestano per nulla.
Se noi
non ne parliamo, nessuno lo noterà.
Se noi
invece menzioniamo questi nostri blocchi o ci scusiamo per qualsiasi problema
penseranno che sarà complicato durante la lezione comunicare con noi.
Idee
chiare nell’indicare ed estrema disponibilità nel ringraziare.
Concentrarsi
sul messaggio, non sul mezzo.
La comunicazione verbale è importante, ma è importante soprattutto quello
che noi abbiamo intenzione di comunicare a prescindere da come lo facciamo.
Trasformare le nostre emozioni in energia positiva.
La stessa energia accumulata durante una lezione, nella quale sono sorte
delle incomprensioni, che causano
disarmonia, imbrigliala e trasformala in vitalità ed entusiasmo.
Accumulare esperienza.
L’esperienza porta sicurezza, questa è la chiave per esprimere i propri
pensieri.
La
maggior parte degli insegnanti, di qualsiasi disciplina, dimenticano a volte di
essere stati, un giorno , anche loro allievi.
Aspetti
della crescita
Le scienze dell'educazione dividono tradizionalmente
l'apprendimento in tre grandi classi: conoscenze (sapere), competenze (saper
fare) e atteggiamenti (saper essere).
Questa classificazione è della massima importanza per
chiunque voglia potenziare la propria o la altrui capacità di imparare.
Infatti
ciascun tipo di apprendimento prevede strategie specifiche: usare un metodo che
consenta di far acquisire facilmente conoscenze per trasmettere competenze o
atteggiamenti potrà rendere difficoltoso il raggiungimento dell'obiettivo
voluto.
Di
conseguenza, per finalizzare le proprie strategie di apprendimento/insegnamento,
è importante riuscire a distinguere tra i tre tipi di apprendimento.
*
Per "sapere" si intende il fatto che la persona conosce un
determinato tipo di contenuto (per esempio: culture, espressioni, abitudini,
ecc. di un intero popolo).
* Per "saper fare" si indica il fatto che la persona sa svolgere
determinate operazioni. Queste operazioni possono essere sia attuate nel mondo
"esterno" (saper parlare, muoversi, dialogare, ecc.), che svolte
"nella mente" del soggetto (saper ricordare, saper progettare, saper
decidere, saper apprendere conoscenze).
* Con l'espressione "saper essere" si fa infine riferimento
all'organizzazione globale che assumono tali conoscenze e tali competenze per
la persona, venendone a costituire in un certo senso l'identità (il suo modo
caratteristico - o i suoi modi caratteristici - di agire, di pensare e di
essere).
La
distinzione può apparire banale e di facile comprensione.
Tuttavia l'esperienza mi porta a pensare che in certi casi
non sia così semplice capire se si stanno creando conoscenze, competenze o
atteggiamenti.
Proprio perché spesso, quando apprendiamo, siamo consapevoli
prima di tutto dei contenuti, è facile essere portati a pensare che qualunque
apprendimento possa essere mediato tramite la conoscenza.
Purtroppo il fatto di leggere un libro, di assistere a un
video o di ascoltare una conferenza sul Taekwon-do, acquisendo informazioni
sull'argomento, non farà automaticamente di noi atleti di fama internazionale.
Per
imparare a muoversi è necessario... esercitarsi!
Stabilite le distinzioni iniziali, è possibile passare a
descrivere le strategie che consentono di acquisire conoscenze, competenze e
atteggiamenti.
Per quanto riguarda le conoscenze, si dice che una persona
possiede un certo argomento quando:
- è stata in grado di acquisirlo tramite i propri sensi,
- di farsene una riproduzione o una rappresentazione nel proprio spazio
mentale,
- di tradurre quello che sa in modalità espressive che siano comprensibili
anche agli altri
- e/o di utilizzarlo per lo svolgimento di determinate operazioni.
Già
l'espressione che ho utilizzato, "essere in grado", indica che
l'apprendimento di qualunque conoscenza prevede il possesso da parte di chi
vuole imparare della capacità di:
- vedere, ascoltare, sentire, odorare, gustare quanto esiste o avviene nel
mondo "esterno"
- di farsi una rappresentazione mentale facilmente recuperabile delle
informazioni acquisite, ricorrendo alla vista, all'udito, al tatto, all'odorato
e al gusto "interni"
- di tradurre tali
informazioni in insiemi di dati visivi, uditivi, tattili, olfattivi e gustativi
che siano recepibili anche da altri
- di valutare se le comunicazioni effettuate sono state recepite dagli altri
come si desiderava;
- di correggere la propria comunicazione o l'intero processo qualora si
verifichi che qualcosa non ha funzionato.
Questo primo elenco di competenze necessarie all'acquisizione
di conoscenze evidenzia alcuni fatti piuttosto importanti:
* Prima di tutto che
imparare è molto più facile che parlarne: la lingua è uno strumento analitico
preciso, ma purtroppo rende complesse le questioni;
* E in secondo luogo che
l'acquisizione di apprendimenti per così dire di "livello logico"
inferiore (conoscenze) è vincolata dagli apprendimenti di "livello
logico" superiore (competenze e atteggiamenti).
Infatti ciò che più sopra ho nominato come "competenze
necessarie ad acquisire conoscenze" sono competenze chiave per ciascuno di
noi, il cui sviluppo e la cui inibizione sono a loro volta vincolati da come è
organizzata la nostra personalità.
Come vedremo in seguito, "chi siamo" come persone
in relazione agli altri può essere descritto in termini di canali di strumenti,
elaborazioni e informazioni.
In altre parole, se una persona non riesce a far proprio un
determinato contenuto, ciò può essere dovuto al fatto che manca delle relative
competenze necessarie (ad esempio non sa osservare, o non sa parlarsi dentro, o
non ha una buona mimica) o al fatto che non può avere accesso a tali
competenze, naturalmente presenti in lui, in quanto la sua storia personale, il
suo rapporto col mondo e con gli altri la hanno portata a inibire tali
capacità.
Così,
ad esempio, se questa persona ha avuto in passato interazioni molto spiacevoli
con altri per lei importanti e se la componente spiacevole di tali interazioni
era il dialogo, può essere che, qualora tenti di ascoltare altre persone, di
recuperare dati in forma uditiva o di parlare lei stessa provi sgradevoli stati
d'animo che la inducano a evitare di utilizzare tali competenze.
Di conseguenza, nel mondo ideale della formazione perfetta,
bisognerebbe procedere per ordini gerarchici, occupandosi prima di
atteggiamenti, poi di competenze e infine di conoscenze.
Ipotizziamo comunque che una persona abbia le tutte le
abilità sopra descritte, come può acquisire più facilmente determinate
informazioni?
1) Prima di tutto il
contesto di apprendimento deve essere positivo e sereno. È più facile ricordare
qualcosa se lo si associa a qualcos'altro di piacevole.
2) Inoltre è importante che le informazioni da trasmettere o da acquisire
utilizzino tutti questi processi sopraccitati. Così un determinato argomento,
ad esempio una forma “tool”, può essere presentato o approfondito in forma di
immagine e di spiegazione, tramite il pensiero e la simulazione.
3) Analogamente è opportuno che la rielaborazione interna delle informazioni
venga processata con tutti e tre i principali sistemi rappresentazionali (si
può ad esempio "concentrare" l'esperienza di apprendimento vissuta in
esperienze interiori, relazionandole soggettivamente e spiegandole tramite il
dialogo verbale, magari relativo alla produzione di scritti realizzati durante
tale esperienza).
Infine la comunicazione di quanto si sa sarà più efficace se
verrà articolata tramite tutti e tre canali, per esempio ricorrendo a esempi
pratici.
In questo modo si riproporrà l'argomento avendo maggiori
probabilità di attivare i principali canali di percezione di chi riceve la
nostra comunicazione.
La convinzione di "saper fare" necessaria ad
acquisire questo come molti altri contenuti, evidenzia come talvolta sia
difficile distinguere con precisione i processi di apprendimento di conoscenze
da quelli di apprendimento di competenze.
Anzi,
spesso le persone imparano molti contenuti proprio apprendendo competenze.
D'altra parte acquisire una competenza è facile: si spezzetta
il "fare" in parti (di cui si può anche essere consapevoli in
coscienza), si dispongono le parti una di seguito all'altra nel
"fare" in questione e si esercita il "fare" finché questo
non diventi automatico e non richieda alcun impegno conscio per essere svolto.
Così, ricorrendo ad un esempio nella nostra disciplina, la
maggior parte di noi ha imparato ad applicare le forme “tool”(stare in
equilibrio, respirare, unire più movimenti, ecc.) e poi a legare assieme
tramite l'esercizio, finché il tutto si è fuso nell'abilità in questione.
Si può forse ritenere improbabile che una strategia come
quella descritta possa essere applicata a competenze meno "pratiche"
come quelle che hanno a che fare con processi solitamente detti
"mentali" (pensare ai movimenti, memorizzarli, spiegarli, ecc.).
Tuttavia, se torniamo con la memoria a come abbiamo appreso
simili competenze all’inizio del nostro percorso “marziale”, o se analizziamo
con attenzione le strategie di insegnamento di maestri nel settore, potremo
renderci conto di come, in fondo, la sequenza sia, più o meno, sempre la
stessa:
1) Individuazione (più o
meno cosciente) delle componenti della competenza;
2) Sperimentazione della competenza (applicazione delle tecniche);
3) Ottimizzazione della stessa a seguito della sperimentazione;
Il confronto tra le
procedure sopra elencate evidenzia:
1) L'importanza della ripetizione per un'adeguata applicazione;
2) L'importanza di un graduale trasferimento di informazioni da mente a corpo
per fare sì che la competenza sia quanto più possibile applicabile
all’esecuzione stessa.
In conclusione, l'apprendimento di una competenza è in sé
articolata può altresì essere reso complesso dalle componenti contestuali nel
quale essa si inserisce.
Tuttavia ciò può essere reso
paradossalmente semplice:
1) Si osserva e si ascolta, nella realtà o ricorrendo all'immaginazione, una
persona che sa fare quello che vorremmo saper fare anche noi;
2) Ci si crea un’immagine all’interno nella quale si vede e si ascolta se
stessi, mettendo in atto il comportamento voluto nei contesti nei quali esso
sarà necessario, valutando con attenzione se ciò crea problemi e difficoltà in
noi o attorno a noi;
3) Eventualmente si modifica il saper fare per adattarlo alle proprie esigenze
o per risolvere eventuali problemi riscontrati.
4) Si ripetono le azioni per valutare l'adeguatezza delle modifiche apportate;
5) Si entra, sempre nella fantasia, dentro di sé e si agisce il saper fare
rivivendo la scena in soggettiva (si vede e si ascolta non più da fuori, ma da
dentro). Se ci sono problemi, con pazienza si continua l’esercizio.
In altre parole, la persona, imparando ad agire sulla base di
certe sequenze di stimoli, azioni, ricompense e punizioni, all'interno di
specifici contesti, imparerà a comportarsi stabilmente in una certa maniera
(personalità - atteggiamenti) e a percepire il mondo secondo modelli di
pensiero compatibili con tali regole di comportamento (percezione del mondo).
Diventerà una persona attiva e ottimista che considera il
mondo un contesto che può essere cambiato.
Riassumendo, gli atteggiamenti si creano nella persona a
seguito della ripetuta esposizione di quest'ultima a contesti di apprendimento
in cui le sequenze di rinforzo positivo o negativo siano ripetitive secondo
modelli specifici.
Situazioni di questo genere si creano nel rapporto tra
persona e ambiente naturale di vita, tra
insegnante e allievo, tra persone, il cui pensiero comune esprime l’interazione
di miglioramento e in maniera molto più marcata nel rapporto tra essi e le
persone per “lui” importanti nei primi anni di attività.
Talvolta
questa interazione viene, in qualche modo, danneggiata dalla non conoscenza:
* Vi sono persone che
criticano sempre le opinioni altrui senza essere mai d'accordo con nessuno.
* Vi sono persone che sono sempre d'accordo con le opinioni altrui, senza mai
riuscire ad esprimere i propri desideri e le proprie idee.
* Vi sono infine persone che né esprimono le proprie idee ed esigenze, né consentono
agli altri di farlo, o inibendo la propria e la altrui capacità di manifestare
emozioni ed opinioni, rendendo la propria comunicazione estremamente caotica e
dispersiva.
Non è difficile pensare a quali contesti formativi possano
dare origine simili configurazioni di carattere.
Questo non significa che è sufficiente predisporre il
contesto formativo in una delle forme sopra elencate per ottenere il risultato
voluto.
Infatti le persone entrano nella maggior parte dei contesti
formativi dopo essere state "modellate" dalle istituzioni
comportamentali individuali e reagiranno ai tentativi di imposizione di ruolo
in maniera corrispondente alla loro personalità di base.
Tuttavia un certo orientamento del ruolo si ottiene: non è
improbabile che categorie di insegnanti poco propensi ad imporsi e che adottano
uno stile “elastico” siano caotiche e improduttive, o che categorie di
insegnanti dal pugno di ferro siano tendenzialmente uniformi nelle modalità
espressive, molto diligenti nel fare quanto loro richiesto, produttive, ma
anche carenti di autonomia.
Non è poi un caso che il modo autoritario di imporsi inibisca
l'espressione di opinioni personali, per preferire modalità espressive più
razionali, impersonali e prive di sentimenti.
Inoltre quelli che possono apparire come processi di rigido
condizionamento del comportamento umano sono prima di tutto frutto di
interazione.
Per di più simili processi sono "fatti" di
equivoche azioni: sguardi, parole, gesti, particolari forme di contatto che
ancorano nelle persone stati d'animo, modalità di pensiero e modelli di
comportamento.
Ovviamente esistono anche contesti educativi che consentono
alle persone di sviluppare personalità integrate.
Simili contesti sono organizzati in maniera da consentire a
tutte le persone coinvolte di esprimere le proprie esigenze e le proprie
opinioni.
Persone
che abbiano la fortuna di crescere in contesti simili saranno in grado di avere
facilmente accesso a tutti i propri stati interiori, useranno pochissimo la
rimozione e la negazione nei confronti di parti poco accettate di sé e, al
contempo, impareranno a trovare maniere che consentano loro di esprimere ciò
che pensano e di soddisfare le proprie esigenze consentendo anche agli altri di
farlo.
Ci
sono tecniche e procedure molto valide e funzionali che possono essere
applicate in questi casi e che intervengono su componenti del nostro mondo
interiore quali integrazione della personalità principale con quelle
secondarie, e relazionabili in diversi contesti.
Tuttavia esistono anche procedure "fai da te",
forse non così sofisticate e precise, ma comunque valide.
Il "trucco" consiste nell'interagire
intenzionalmente con contesti organizzati in forma espressionistica
individuale, nei quali cioè sia possibile alla persona imparare ad esplorare le
profondità del proprio inconscio, a integrare, per quanto possibile,
quest'ultimo con la propria dimensione cosciente e ad esprimere questo suo
mondo interiore in forme compatibili con i vincoli imposti dal mondo esterno:
*
il mondo dei sogni e la loro interpretazione, secondo la quale il sogno è un
messaggio per il sognatore e va da lui interpretato,
*
la religione, per il semplice fatto che di crescita Spirituale intende
alimentarsi il nostro senso di esistere,
*
l'amore, un rapporto importante con le persone che condividono con noi le
stesse esperienze,
*il
gioco, quel tipo di gioco le cui regole si fanno giocando.
In certi casi, anche una semplice storia può aiutare, quanto
meno ad indicare una direzione.
Conclusione
“…il mio cuore vuole esprimere un sincero “grazie”
alla mia Compagna, la donna che si prende cura di me, la persona con la quale
divido gioie, amarezze, dolori, ma soprattutto grandi soddisfazioni fatte di
reciproco rispetto e di profondo Amore…grazie mia dolce Candy…”
M°
Luciano Gasparini c.n. IV° Dan