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Io sono una ragazza di 27 anni, cieca dalla nascita, che da maggio 2007 ha iniziato a praticare arti marziali, e più precisamente Taekwon-do (per fine 2007 farò l'esame per salire di cintura, ora sono cintura bianca). Non seguo corsi specializzati per disabili, ma è un corso vero e proprio di Taekwon-do, che si svolge ogni anno da settembre a giugno in una palestra a Villorba(Treviso) siamo un gruppo di diverse persone, di cui solo io e un altro siamo disabili, e siamo tutti seguiti con grande interesse ed entusiasmo dai 2 maestri Andrea Cendron e Davide Riva, i quali con grande determinazione e allo stesso tempo umanità, vogliono portarci tutti a raggiungere gli obiettivi che l'arte marziale si prefissa. Indipendentemente dall'età, il sesso, il grado d'intelligenza, la cultura o la disabilità e soprattutto lavorano sodo affinché noi tutti, con le nostre esigenze ed i nostri tempi, arriviamo a raggiungere obiettivi comuni. Il maestro Andrea e il maestro Davide ci dicono sempre, quando stiamo in fila per fare il saluto a inizio o fine allenamento, "noi tutti siamo una squadra e se stiamo dove stiamo, non è merito solo nostro ma è soprattutto vostro". Ero partita con l'idea di "fare un corso di autodifesa" per imparare a gestire meglio il mio corpo in malaugurati casi di aggressioni o molestie, e soprattutto perché lo ritenevo l'unico sport in cui sarei stata in grado di confrontare le vere capacità del mio corpo assieme a un avversario. Invece, praticando taekwon-do, ho capito che l'arte marziale è qualcosa di più profondo e che mi permette di migliorare me stessa in tutti i fronti, non soltanto quello fisico. Facendo questa disciplina mi sono resa conto di alcune cose fondamentali: Non c'è tecnica di autodifesa che possa infondere al 100% la sicurezza sulle nostre capacità e la nostra incolumità, fisica o mentale. O meglio, non ci vuole solo la tecnica che ci insegna il maestro o l'istruttore e soprattutto non è una cosa che si impara in 7-8 lezioni. Quello è un lavoro da fare principalmente su se stessi, sulla propria autostima e soprattutto sulla capacità di ascoltare e analizzare le nostre potenzialità, e i consigli che ci vengono dati per migliorarle, nonché accettare i nostri limiti senza farsi troppo prendere dalla demotivazione o, peggio, dal panico. E in secondo luogo, che il rispetto reciproco è la prima regola da seguire se si vuole intraprendere questo tipo di strada, che non si tratta soltanto di andare lì e dare 2 pugni o calci al colpitore, o buttar per terra quello che tenta di metterti le mani intorno al collo, per far vedere chi è più forte o comunque di vincere sempre. Talvolta, il peggior nemico da combattere e da cui stare in guardia, è quello che risiede dentro di noi. E io è questo che voglio, dall'arte marziale. Non mi interessa granché se e in quanto tempo potrò raggiungere le cinture alte, a me interessa sconfiggere le mie insicurezze verso me stessa e verso gli altri, cercando di aprire anche la strada a chi ha la mia stessa disabilità ma che si sente bloccato dalla paura del confronto con gli altri.
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